Intervista a Cathrine Gyldensted

Da specchi a autori del cambiamento

La versione danese di “From mirrors to movers: Five Elements of Positive Psychology in Constructive Journalism”è uscita a inizio anno, quella inglese all’inizio dell’estate. Il “ritardo” è dipeso solo dal fatto che Cathrine Gyldensted non si è ancora fermata un attimo. Quindici anni di carriera investigativa e corrispondente estero prima, pioniera del giornalismo costruttivo oggi, Cathrine Gyldensted ha davvero aperto la strada a un nuovo modo di fare giornalismo. Da tempo, dal 2011, collabora con società di media e scuole di giornalismo a livello globale e, oggi, ha messo nero su bianco quelle che sono tecniche, esperienze e case history che parlano di un giornalismo che sta sempre più facendosi strada, perché è quello del quale il pubblico necessita: un giornalismo che non sia solo accurato e approfondito, ma che mostri il dopo, che mostri cosa si può fare, che inserisca soluzioni e sguardi alternativi.

Già co-autrice dei libri “En Konstruktiv Nyhed” (2012) e “Manuale di giornalismo costruttivo” (2014), due libri scandinavi sul tema, il suo primo lavoro da solista è proprio”From mirrors to movers” (http://www.amazon.com/FROM-MIRRORS-MOVERS-Psychology-Constructive-ebook/dp/B013RL3D2U). Il testo, oltre ad offrire strumenti pratici ai professionisti dei media, sottolinea come si può raccontare il mondo, scegliendo un’altra prospettiva e eliminando la lente della vittimizzazione: mette in luce casi eclatanti, mostrando come si può vincere il World Press Photo Photo con fotografie che ritraggono la speranza (e non solo la sofferenza) della guerra e come giornali della portata del The Guardian e del New York Times abbiano iniziato a integrare questo modello i giornalismo.

Perché era oggi il momento giusto per dare alla luce questo libro?

“Perché c’è un interesse crescente da parte dei media tradizionali sul giornalismo costruttivo. Francia, Olanda, Uk, Germania sono solo alcuni. Per cui era il momento di scrivere un libro che mettesse nero su bianco quelle che sono le tecniche del giornalismo costruttivo da una parte, ma anche desse il chiaro messaggio di cosa e cosa non è. Volevo sottolineare che il costruttivo non è un giornalismo stupido, non è un giornalismo di “buone notizie”, ma un metodo che prevede reportage accurati e un modo di fare ricerca e domande in senso critico. Questo era l’obiettivo e ho cercato di attuarlo, presentandolo con una serie di storie fondate e di ricerche basate sulle scienze comportamentali come la psicologia positiva, la psicologia morale e prospettica”.

Ora qual è il prossimo passo?

La diffusione. Il giornalismo costruttivo è un’abilità che va insegnata, ma anche un’idea che va condivisa e integrata nei media tradizionali. Io, personalmente, lo diffondo insegnandolo nelle redazioni, ai giornalisti, agli studenti. Sì, perché il vero obiettivo sono le scuole: i giornalisti di domani. Le nuove generazioni che saranno più critiche e si staccheranno da quel modello di report solo negativo, per avvicinarsi a uno più critico e, appunto, costruttivo.

I media stanno cambiando, l’approccio alle news sta cambiando: anche il pubblico è parte di questo cambiamento?

Certamente: le persone stesse hanno cambiato il loro modo di usufruire delle notizie. Hanno molta più vastità di informazioni alle quali attingere e sono sempre più alla ricerca di qualcosa di approfondito, di qualità, che offra le migliori soluzioni.

E quindi torniamo al titolo del tuo libro: i giornali non più solo cani da guardia…

…e nemmeno solo specchi. Mi sono sempre chiesta cosa si potesse fare in più come giornalisti, come provocare il cambiamento, come smuovere. E’ rispondendo a queste domande che è nato il libro e il suo titolo.